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Mercati della Terra | Non un mercato qualunque
 

Sostenibilità diffusa


Lo Slow Food Market di Melbourne

 

L'Australia è veramente grande ed è forse proprio la sua grandezza, l'ingombrante presenza della natura, a imporre determinati stili di vita dove il cibo sembra rappresentare la codifica di uno status, di una mentalità. Gli stessi bambini che già all'asilo prendono confidenza con il concetto di sostenibilità, con l'orto e la natura che imparano a rispettare giocando.

 

Partiamo da Collingwood, quartiere a nordest del Cbd di Melbourne, che è quasi in città e si raggiunge con i mezzi pubblici, o meglio in bicicletta. La cornice è quella dell'ex convento del Buon Pastore uno dei più importanti complessi cattolici statali. Intorno, puntuale, tanto verde, terreni agricoli e un ambiente rurale caratterizzato dalla presenza del fiume Yarra. È qui che fisicamente, il quarto sabato di ogni mese, in una dimensione che ben si presta agli incontri e agli acquisti, trova spazio lo Slow Food Market.

 

Faccio uno sforzo di memoria per tornare con la mente indietro nel tempo e ricordare le sensazioni di mesi fa quando, ancora fresca d'Australia, facevo pratica di dizione, ma intuivo da subito che mi sarei imbattuta più e più volte in un termine un po' astioso nell'accento: sustainability! È stato il termine che ho dovuto sfoderare puntualmente di mercato in mercato, nei tanti colloqui con la gente. Con le associazioni, gli agricoltori e gli chef, la schiera di artigiani del gusto convinti di una sola e possibile strada come prospettiva per il futuro: tornare alla natura più pura e vera. In realtà non ho mai cercato dichiarazioni così nette.

 

Fenomeno dilagante
Per certo so che gli stessi discorsi sono stati ripetuti in diversi luoghi, da gente diversa, ma accomunata da uno stesso pensiero. Una cultura che nel tempo mi ha dato la sensazione di rincorrere, o di essere rincorsa da termini come biological, bio-dinamic, food-miles tutti abbarbicati intorno al concetto di sostenibilità.
L'Australia è veramente grande ed è forse proprio la sua grandezza, l'ingombrante presenza della natura, a imporre determinati stili di vita dove il cibo sembra rappresentare la codifica di uno status, di una mentalità. Sin dalla prima infanzia mangiare bene vuol dire mangiare sano. Una cultura che non si nutre di merendine griffate, ma di un corrispettivo fatto per esempio di mirtilli, carote o mele, mix vegetali forse altrove improponibili realizzati a misura di bambino. Gli stessi bambini che già all'asilo prendono confidenza con il concetto di sostenibilità, con l'orto e la natura che imparano a rispettare giocando. Imparano a cucinare come le star sotto i riflettori di show televisivi come Master chef junior o dei tantissimi corsi di cucina dedicati.
Nella sola Melbourne non si contano. L'associazione che riunisce i più famosi farmers' markets con la sua cultura del chilometro zero e la salvaguardia dell'ambiente è la Farmers' Markets Association (www.farmersmarkets.org.au) attiva sin dalla fine degli anni Novanta per costruire un rapporto diretto fra agricoltori e consumatori. Fra i suoi obiettivi, garantire l'autenticità del marchio nei singoli mercati, tutelando una presenza del 90% di venditori ambulanti di provenienza dall'area metropolitana e un 75% di provenienza regionale, tenendo sempre sotto controllo la corrispondenza fra chi coltiva e alleva e i venditori al dettaglio.

 

E il fenomeno sembra dilagare. Nello Stato di Victoria (www.victfarmersmarkets.org.au), dal 1998 a oggi, il logo farmers' markets rappresenta ben 2000 associati che ogni mese vendono la propria merce direttamente al consumatore riversandola in uno o più dei 50 mercati pubblici accreditati.
Partiamo da Collingwood, quartiere a nordest del Cbd - central business district - di Melbourne, che è quasi in città e si raggiunge con i mezzi pubblici, o meglio in bicicletta. La cornice è quella dell'ex convento del Buon Pastore (Abbottsford Convent www.abbotsfordconvent.com.au) uno dei più importanti complessi cattolici statali dalla notevole imponenza architettonica. Intorno, puntuale, tanto verde, terreni agricoli e un ambiente rurale caratterizzato dalla presenza del fiume Yarra. È qui che fisicamente, il quarto sabato di ogni mese, in una dimensione che ben si presta agli incontri e agli acquisti, trova spazio lo Slow Food Market.


Il clima è conviviale e ideale per curiosare fra le storie che si annidano tra le bancarelle. È così che mentre Sir Seymour di Mount Zero Olives (www.mountzeroolives.com) mi parla della pluripremiata produzione di olio extravergine di oliva, io insisto sul Pink Salt Lake, il sale rosa del lago Dimboola, nella regione Wimmera a ovest di Victoria. È un esempio calzante di produzione sostenibile: un'estrazione limitata di sale ricchissimo di minerali e di beta-carotene raccolti a mano nel periodo di secca del lago grazie a una fruttuosa collaborazione (e utilizzo di manodopera) australiano-aborigena.


E poi ancora, dal nordovest Victoria, le vicende di Rod e Meg Blake, una coppia di anziani coltivatori di erbe medicinali, spezie e sapori. Meg mi confida che dal lunedì al venerdì lavora in ospedale, di notte prepara il suo pesto e insieme al marito - agricoltore full-time, 7 giorni su 7 - e partecipa tutti i fine settimana ai diversi farmers' markets della città. L'aglio è diventato il loro cavallo di battaglia con l'avvento delle importazioni cinesi, a loro dire di cattiva qualità. Stesso input per Nicolas Poelaert che per garantirsi l'altissima qualità di menù impeccabili si è creato nel retrobottega del suo ristorante il suo personalissimo orto (www.embrasserestaurant.com.au). Me lo spiega durante il nostro incontro all'Abbottsford Convent dove, evento nell'evento, era protagonista di Cook here and now!, un'iniziativa che ha trasformato il farmers' market in una grande cucina all'aperto con diverse postazioni, cuochi, cibo fresco e tanto di apprendisti: un inno finale alla convivialità della buona cucina (vd. slowfoodaustralia.com.au).


Girato l'angolo dell'ex convento, ecco un'altra sorpresa di natura e gusto: Collingwood Children Farm (www.farm.org.au), una vera e propria fattoria con scuola riabilitativa per portatori di handicap, percorsi didattici e, una volta al mese, luogo di ritrovo per circa 70 contadini provenienti da tutta Victoria. Alex Walker è il farm manager e dai suoi racconti ricostruisco come già 30 anni fa ci fosse l'esigenza di creare un luogo di contatto fra bambini e natura vicino alla città. Oggi la fattoria è anche mercato, è scambio, è gioco. Una delle strade di accesso costeggia il fiume, s'inerpica su una collina, attraversa ponti mobili sospesi sull'acqua perdendosi fra viottoli in un percorso in cui la natura la senti, la vedi e comunque ti sembra un gioco.

 

Orto, giardino, opera d'arte
Altro quartiere, altro mercato! A St. Kilda si respira il mare addosso. In realtà era quello l'obiettivo quando mi sono casualmente imbattuta nel Veg Out Community Gardens (www.vegout.asn.au). Come in tutti i paesi anglofoni anche in Australia c'è un grande senso civico e di rispetto per le regole, un aspetto non necessariamente in contrapposizione alla creatività. L'ho constatato quando mi sono ritrovata in un giardino, o forse in un orto; per un attimo ho anche pensato che fosse un centro d'arte. In realtà era tutte e tre le cose messe insieme.
Era la creatività della natura. Magari enfatizzata, abbellita, ma sostanzialmente natura, un orto. Presa dalla sorpresa, quasi finivo per inciampare nel presidente dell'Associazione, Robert Taylor, che oltre a fare l'attore cinematografico, si stava occupando di restaurare la sua curiosissima dimora per galline, versione luxory. Era evidente la sua cura personale per il progetto; la stessa cura che si può ritrovare in tutti i prodotti coltivati lì vicino e che finiscono sulle bancarelle dell'adiacente farmers' market il primo sabato di ogni mese.


Mentre mi aggiro curiosa fra un vialetto e l'altro dell'orto rifletto sul progetto.
Noto come oltre alla mia personale ammirazione per l'arte, per quanto casuale, improvvisata o stravagante potesse essere, stagliata in ogni singolo appezzamento dato in gestione ai privati a un costo simbolico, Veg Out mi conquista per la sua armonia e sostenibilità ambientale.
Solo per averne un'idea, all'ingresso, oltre al benvenuto, si leggono a chiare lettere spirito e regole dell'iniziativa: il comportamento da tenere in tema di manutenzione del terreno, di compostaggio dei rifiuti per la produzione e il consumo di concimi naturali e infine, le norme per l'utilizzo dell'acqua.


Felice della scoperta saluto Robert e vado via, e mentre gli giro le spalle distrattamente scorgo l'ultimo monito: il mercato bandisce la plastica: «Si prega di portarsi da casa il proprio cestino, borsa o trolley!».

 

Antonella Aquaro - tratto da Slowfood n.50



     
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